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martedì 10 settembre 2013

Cittadini on line – L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori

Cittadini on line – L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori

Gentile cittadina Carla Ruocco,
prima di approfittare dello spazio concesso alle nostre “storie” su cittadinionlinevorrei ringraziarLa sia per averci concesso questo canale di dialogo, sia per l’impegno che mostra Lei e altri appartenenti al M5S nel portare avanti le istanze dei veri cittadini del Paese.

indexLa storia che Le racconterò non ha forse molto a che fare con la “Commissione Finanze”, ma purtroppo ha un epilogo che implica una denuncia rocambolesca alla locale Guardia di Finanza che si è rifiutata di accettare tale azione…
La storia riguarda mia sorella, laureata in chimica e dipendente di un centro di analisi sito in un paesino dell’interland napoletano (Casalnuovo). L’arrivo della gravidanza comporta per lei l’inizio di una odissea che pare uscita fuori da un romanzo di Camilleri, per quanto è incredibile.
Annunciato lo stato di gravidanza al datore di lavoro per richiedere uno spostamento di mansione, onde evitare gravi complicazioni alla gravidanza stessa, visto che la mansione ricoperta (rilevamenti di campioni su vari luoghi di lavoro e analisi chimico-ambientali) comportava l’uso di agenti chimici nocivi e velenosi (benzene, piombo, mercurio ecc), mia sorella si vede rifiutata la possibilità di cambiare mansione e si scontra con un datore di lavoro che prende la notizia come un’offesa personale (le dice testualmente “te la farò pagare; prenditi tutte le protezioni che la legge ti consente e poi vedrai”).
Recatasi in compagnia della sottoscritta agli uffici della Direzione Provinciale del lavoro per far richiesta di come si potesse ottenere l’intimazione al datore di lavoro di spostamento di mansione, ci viene consigliato di provvedere piuttosto alla richiesta di una astensione anticipata dal lavoro riconosciuta dalla legge per particolari categorie di lavoratori e con attestazione di rischio della gravidanza; pertanto è questa la procedura seguita da mia sorella per evitare uno scontro diretto quotidiano.
Al termine dei mesi di astensione obbligatoria dal lavoro riconosciuta dalla legge, mia sorella si reca a riprendere servizio e trova la sorpresa di un obbligo di usufruire delle ferie accumulate nel tempo; alla richiesta di spiegazioni il datore di lavoro le dice di consumare tutto ciò che aveva da consumare perchè lui non glieli avrebbe mai pagati quei giorni… Al termine di questo ulteriore periodo di assenza (forzata) dal lavoro, mia sorella si reca a prendere servizio e trova una situazione che credo sia “solita” in Italia e che con termine anglosassone viene definito mobbing; nonostante le pessime condizioni in cui è costretta a lavorare, fa ogni sacrificio pur di mantenere quel posto di lavoro diventato tanto prezioso in un’Italia in piena crisi.
Al compimento di un anno di mio nipote le arriva un bel regalo dalla sua ditta: il licenziamento. Il tutto non discusso minimamente prima, giacché mia sorella si era normalmente recata a lavorare il venerdì stesso che veniva inviata la lettera di licenziamento (come attesta la data di spedizione) e così pure il lunedì mattina che, all’ingresso dei locali dove lavorava, le viene chiesto da una segretaria perchè si era presentata lì visto che era stata licenziata.

Immaginerà lo stato d’animo di chi si reca al lavoro una mattina senza alcun sospetto e si trova messo alla porta senza alcun cenno di preavviso.
Decidiamo, pertanto, di rivolgerci a qualche legale, innanzitutto perchè mia sorella non aveva ricevuto nè gli stipendi degli ultimi 3 mesi che aveva lavorato, nè il TFR, nè alcuna quota per mancato preavviso.
Il legale a cui si rivolge mia sorella lavora presso un patronato del paese stesso in cui lei lavorava; ascoltata la storia egli decide di procedere alla richiesta di conciliazione. Io consiglio mia sorella di fare la richiesta di impugnazione del licenziamento perchè ho letto il tanto famoso articolo 18 e ho notato che è possibile applicarlo al suo caso. Il legale si rifiuta di eseguire subito questa procedura adducendo la scusa che una volta presentata istanza di conciliazione, ogni prescrizione delle azioni possibili veniva annullata, quindi si sarebbe proceduto solo in un secondo momento alla impugnazione del licenziamento. Passano i mesi e nessuna comunicazione giunge dal legale, pertanto mia sorella comincia ad andare più volte presso la sede del patronato a chiedere come stesse procedendo la conciliazione e perchè non veniva convocata dal giudice. Il legale sosteneva che le procedure di conciliazione lì a Napoli erano lunghissime, potevano durare anche un anno.

Ovviamente la cosa stava cominciando a “puzzare” per cui chiedemmo una consulenza ad un altro legale ed esponemmo i fatti; l’avvocato consultato ci chiarì che era impossibile che tale procedura di conciliazione fosse così lunga perchè esse sono fatte proprio per abbreviare i tempi rispetto ad una causa in tribunale, e poi ci confermò che si sarebbe potuta già fare l’impugnazione del licenziamento perchè le due cose erano sconnesse e l’una non comportava conseguenze sull’altra.
Recatasi dal legale che seguiva la sua pratica, mia sorella gli comunica che sa della non necessità di legare le due tipologie di azioni legali e pertanto richiede fermamente all’avvocato di impugnare il licenziamento, che quindi le dice che deve preparare “le carte” e pertanto devono darsi appuntamento per una prossima volta.
Questa “prossima volta” non arriverà più, perchè nel frattempo passano i mesi estivi (con continue telefonate da parte di mia sorella e rimandi da parte dell’avvocato) finchè non ci decidiamo ad indagare da sole e telefoniamo alla Camera di conciliazione di Napoli per capire a che punto è almeno la richiesta di conciliazione.
La sgradita sorpresa è che la conciliazione era stata rigettata da parecchi mesi e che l’avvocato sapeva benissimo questo, ma aveva lasciato scadere i termini per ogni altra procedura o richiesta.
Appurata pertanto la malafede del legale a cui si era rivolta (e che evidentemente era stato contattato dal datore di lavoro per fare in modo di far finire nel vuoto ogni riconoscimento richiesto da parte di mia sorella), essa si è dovuta rivolgere ad un altro legale che, purtroppo, può ormai portare avanti solo la richiesta degli stipendi non corrisposti, del tfr e del mancato preavviso, poichè ogni altro tipo di richiesta non può più essere effettuata per decorrenza dei termini. Il tutto aggravato dall’enorme difficoltà in cui si trova a lavorare quest’ultimo legale poichè il precedente si rifiuta di fargli pervenire la documentazione relativa al caso di mia sorella.

Un ulteriore aggravio alla pessima storia si è aggiunto a giugno di quest’anno quando il commercialista di mia sorella si vede rifiutata la richiesta di fornire i cud relativi ai mesi lavorati dell’anno 2012 (i mesi non ancora pagati) e pertanto ci consiglia di fare una denuncia in autotutela alla Guardia di finanza locale per evitare che ad un accertamento fiscale mia sorella fosse trovata “scoperta” in malafede.
Ci rechiamo pertanto con le lettere di denuncia scritte dal commercialista (e firmate da mia sorella) presso la sede locale della Guardia di Finanza dove, senza neppure farci salire negli uffici, ma ricevendoci nei corridoi, viene letta la missiva di denuncia e i finanzieri presenti si rifiutano di accettarla dichiarandosi non competenti territorialmente (cosa falsa poichè la dichiarazione dei redditi di mia sorella viene presentata proprio alla sede dell’agenzia delle entrate di quello stesso paese che è il comune di riferimento per molti dei servizi pubblici e sociali del nostro territorio).

La storia al momento, quindi, è in stand-by anche perchè peggio di così non poteva andare davvero: un licenziamento in seguito ad una maternità (non consentito dalle leggi del nostro Stato), un legale che fa il gioco sporco e fa scadere ogni termine di rivendicazione di diritti (difensore più del datore di lavoro che del lavoratore), una causa per richiesta di stipendi arretrati bloccata per rifiuto del pessimo legale precedente, una dichiarazione di redditi non percepiti ma che deve essere fatta lo stesso per legge e che non si può fare, ma se ne possono pagare poi le conseguenze…

Ovviamente c’è chi ci sconsiglia di fare causa all’avvocato che ha (evidentemente) una qualche collusione con il datore di lavoro (“ammanigliato” con molti importanti nomi locali), poichè è difficilissimo trovare un avvocato che si metta contro un collega (la difesa della categoria prevale) e soprattutto perchè è evidente che qui in gioco c’è un personaggio che localmente ha un qualche potere, non propriamente legale magari, ma di certo sufficiente per far demordere qualunque avvocato ben intenzionato e difensore dei diritti del cittadino comune.

Nella rabbia di vedere mia sorella abbattuta, prostrata dal licenziamento, dal trattamento assurdo ed inaspettato del legale, dalla difficoltà di andare avanti in un territorio ad alta infiltrazione criminale come il nostro, pensavo al film “l’uomo della pioggia”, a quel ragazzo pieno di buoni intenti… ma si sa quelli sono soltanto film…

RingraziandoLa per l’attenzione mostratami (se sarà riuscita ad arrivare sino alla fine dovrebbe meritarsi un premio davvero), La saluto cordialmente e Le auguro di proseguire nel lavoro per questo Paese con l’entusiasmo che sicuramente L’avrà ispirata nel momento in cui ha scelto di mettersi in gioco nella politica.
Se volete pubblicare le vostre denunce o storie scrivete am5s.carlaruocco@gmail.com