Erano
le otto di sera dell'8 settembre 1943 quando fu dato l'annuncio
dell'armistizio dell'Italia con le forze Alleate.
L'Italia accese i
fuochi, suonò le campane, cantò e ballò persino nelle aie, per strada e
nelle piazze in preda a un'euforia che durò poco.
In realtà l'8
settembre fu uno dei giorni più enigmatici e tragici della storia
politica, sociale e militare d'Italia.
E fu anche il giorno delle
scelte, delle attese e di una memoria (non sempre condivisa) che
protagonisti, più o meno noti, hanno riversato nella scrittura e nella
testimonianza, raccontando, in un modo o nell'altro, quello strano
giorno in cui la guerra che doveva o sembrava finire, non finì.
Nelle
caserme gli ufficiali parlarono alla truppa, le compagnie si sciolsero
e, come scrisse Meneghello, le strade si affollarono di "due file
praticamente continue di gente, di qua andavano in su, di là in giù,
pareva che tutta la gioventù italiana di sesso maschile si fosse messa
in strada, una specie di grande pellegrinaggio di giovanotti".
Tutti a
casa, come diceva il titolo di un celebre film di Luigi Comencini?
Non
proprio: sarebbe stato troppo bello, visto che la realtà si rivelò
presto dura e nefasta, chiamando ognuno a scegliere se camminare verso
Nord, dove si sarebbe presto costituita la Repubblica di Salò o andare
verso Sud, dove erano gli alleati.
Da una parte chi grida al tradimento e
resta fedele ai propri giuramenti e alle proprie idee e, dall'altra,
chi sale in montagna per resistere e cercare di liberarsi di quella che
diventa subito un'occupazione nazista.
Certo che il 1943 resta uno degli
anni più aspri e emblematici della storia italiana recente, col crollo
del fascismo, mesi di fuga e disonore, ma anche di orgoglio e riscatto,
fine e inizio.
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