Lettera aperta di una cittadina in parlamento ai cittadini
Erano mesi che aspettavo di avere la serenità e il tempo per
raccontare a me stessa e agli altri la folle avventura che sto vivendo
da qualche tempo a questa parte. Solo ora, nel bel mezzo della pausa
estiva, mi trovo a ripercorrere nella mente tutti momenti vissuti in
questi ultimi otto mesi che sono sembrati al contempo un’eternità e un
istante. E mi viene da pensare che mai potrò ricordare e trascrivere
tutti gli episodi e tutte le sensazioni che sono stati parte integrante
di questo difficile, entusiasmante percorso.
Nessuno di noi è veramente conscio di ciò che abbiamo fatto e stiamo
facendo. Forse lo saremo solo tra diversi anni quando ci troveremo a
raccontarlo ai nostri figli e nipoti.
I cittadini sono rientrati nelle istituzioni. Detta così, questa
sembrerebbe una frase come un’altra, invece porta dentro un significato,
una storia e dei volti la cui straordinarietà difficilmente potrebbe
essere catalogata anche nei più dotti manuali di politologia.
Quando ci dicono che stiamo scrivendo la storia sorridiamo, ci
scherziamo su e passiamo oltre. Non ci sembra vero, ciascuno di noi
continua a sentirsi se stesso e mai si percepirebbe come il grande
statista giunto in Parlamento dal nulla per risollevare le sorti della
patria. Nessuno di noi immagina il proprio nome scritto in un libro di
storia o il proprio ritratto affisso nella Galleria dei Presidenti alla
Camera dei Deputati. Sappiamo bene come e perché ci troviamo laggiù e
lavoriamo sodo per colmare le lacune della nostra inesperienza.
Ce ne hanno dette di tutti colori, abbiamo sopportato insulti e prese
in giro, diffidenza e spocchia, attacchi di media e assedi di
giornalisti affamati di carne umana e continuiamo a farlo anche se da
qualche tempo i giornalisti hanno smesso di vedere in noi una sorta di
bestie esotiche da studiare e su cui costruire il servizio più riuscito
della propria carriera. Ora parliamo con loro e loro non trovano più
così divertente cercare di cogliere il nostro disagio o farci domande
trabocchetto per spillarci di bocca la parola di troppo su cui costruire
lo scoop. Ogni giorno che passa impariamo qualcosa di nuovo e iniziamo a
misurarci con il vero nemico, dentro il Palazzo.
Ti accorgi che il Cittadino che è in te è ancora vivo e indignato
ogni volta che, alla vista di certe facce a pochi metri da te, provi
dentro un disprezzo profondo. Loro non sanno chi sei, quale storia tu
abbia alle spalle, che mestiere facessi prima, né gli interesserebbe
saperlo: per loro sei una fortunata nullità e tornerai ad esserlo. Tu
invece conosci perfettamente tutto il loro percorso politico e le loro
vicende, giudiziarie o meno, e sai per filo e per segno quanto impegno
hanno adoperato per distruggere l’Italia negli ultimi vent’anni. Li
guardi da vicino come se fossi tu a dover esaminare loro per capire chi
siano, provi lo stesso odio di quando vedevi i loro faccioni spavaldi in
tv ma ora sei un loro collega e non puoi, non puoi urlare tutta la tua
indignazione. Contegno e rispetto verso chi non meriterebbe né l’uno né
l’altro. Il rispetto che credono di meritare non è quello che portano a
noi e già diverse volte si sono verificati casi incresciosi di
maleducazione ai limiti estremi della mancanza di civiltà e
dell’arroganza più bieca.
Si sentono forti, fortissimi, comandano e decidono accordandosi nel
modo a loro più conveniente all’interno di quel mostro vittima di se
stesso che porta il nome di “governo delle larghe intese”. Se solo i
cittadini sapessero quanto è inutile la presenza del Parlamento oggi. Se
solo potessero entrarci dentro per un po’ e vedere gli scempi, gli
sprechi, i paradossi e le storture di questo lento, ingolfato
meccanismo. L’indignazione, già a livelli record, sfocerebbe in rivolta.
Noi, 160 cittadini approdati all’improvviso nelle istituzioni, con la
vivida immagine del mondo di fuori impressa nella testa e nel cuore,
lottiamo nelle commissioni, emendiamo i decreti fino allo sfinimento,
proponiamo ordini del giorno, facciamo ostruzionismo, pronunciamo
discorsi al vetriolo e tentiamo tutto ciò che è nelle nostre possibilità
per limitare i danni, frenare il dissesto, interpretare l’indignazione
civile. Se solo l’informazione fosse libera e le tv riportassero un
millesimo del lavoro che svolgiamo ogni giorno in Parlamento, nessuno
più oserebbe dire che il M5S non combina nulla.
Non “combiniamo nulla” perché per una manciata di voti non abbiamo
preso il premio di maggioranza attualmente usurpato dal Pd in quanto
ottenuto in virtù dell’alleanza con Sel oggi non più esistente. Siamo
stati il partito più votato alla Camera ma nessuno lì dentro tiene conto
del fatto che 9 milioni di italiani su 60 hanno scelto il M5S. Ogni
nostra idea, ogni nostro atto, seppur condivisibile o addirittura parte
integrante del programma elettorale altrui, viene bocciato per partito
preso, per impedire che il M5S riporti una vittoria, per tenere sotto
silenzio tutto il lavoro e lo studio a cui costantemente ci dedichiamo, a
stretto contatto con attivisti, esperti, cittadini e associazioni.
Stanno tirando la corda sempre di più, si stanno sforzando in tutti
modi di ancorarsi alle poltrone per tentare, almeno in extremis, di
smentire la loro proverbiale inettitudine. Quante volte, in questi mesi,
mi sono ritrovata a pensare “aveva proprio ragione Grillo, lui aveva
capito tutto prima di chiunque altro”. Quante volte, sentendo certi
discorsi, osservando lo sfarzo impudico in cui vivono ogni giorno da
decenni, toccando con mano l’imperizia e l’ipocrisia con cui lavorano e
fanno propaganda in tv, mi sono sentita addosso la stessa disillusione
amara che provavo quando uscivo da uno spettacolo di Beppe,
perfettamente consapevole del fatto che la sua satira era modellata su
una realtà che lui descriveva a fini umoristici come paradossale ma che,
purtroppo, non aveva nulla di fantasioso.
Ed è proprio questo il punto, il vero motivo per cui sto scrivendo
questa lettera aperta. Mi sono messa nei panni di tutti coloro che
vorrebbero sapere da noi cosa succede davvero là dentro, cosa si prova a
confrontarsi ogni giorno con quella realtà rarefatta e lontana che si
conosce solo grazie alla tv e ai giornali. Ebbene, mi sono chiesta come
potrai spiegare in poche parole cosa significhi ritrovarsi da un giorno
all’altro in Parlamento all’età di 27 anni, a stretto contatto con i
politici “veri”, quelli che da decenni affollano talkshow e titoli di
quotidiani. Sapete cosa vi dico? Non fa nessun effetto particolare.
Anzi, la prosaicità di ciò che vedo e vivo ogni giorno, il continuo
svilimento a cui è stato soggetto un mestiere tanto nobile e importante,
gli atteggiamenti boriosi e arroganti, gli episodi sconvolgenti
accaduti in questi mesi, a partire dalla rielezione di Napolitano, hanno
avuto su di me un effetto dissacrante e mi hanno reso incapace di
figurarmi questo mestiere con l’aura di prestigio e sublimità che
meriterebbe o meritò in altri tempi.
Io oggi sono consapevole della verità: senza voler generalizzare
troppo, un parlamentare è poco più che una persona che ha giocato bene
le sue carte, che ha avuto le conoscenze giuste, la fortuna e i soldi
necessari per candidarsi in cima ad una lista, investendo tutto ed
essendo consapevole che entrare in Parlamento è come vincere alla
lotteria, né più né meno. Già, perché, se il potere logora, pecunia non
olet, mai. Quale mestiere offre più denaro, più privilegi? Ma di questo
abbiamo già abbondantemente parlato e rischiamo di risultare monocordi.
No, c’è di più! C’è qualcosa di molto più grave, qualcosa che,
personalmente, mi ha colpito di più dei € 17.000 arrivati sul mio conto
dopo il primo mese mezzo di attività. Non è richiesto nessun curriculum,
nessun titolo, nessuna capacità particolare. Dirò di più: nella stessa
misura in cui, nella vita normale, si richiedono titoli su titoli,
abilitazioni, esperienza, referenze per fare qualsiasi lavoro,
ugualmente in questo fantastico mondo del Parlamento nessuno è
interessato a sapere di cosa ti occupi, se hai studiato o lavorato in un
settore che sia perlomeno affine a quello della commissione in cui
andrai a lavorare. E così capita che io, insegnante laureata e
dottoranda in lettere classiche, finisca nella commissione finanze senza
che questo faccia alcun tipo di scalpore. A me che mi preoccupo della
mia inadeguatezza e del contributo che non posso apportare in quella
Commissione, la dipendente della Camera risponde “non si preoccupi, non
serve avere competenze, l’aiutiamo noi, ci sono fior fior di tecnici per
questo, voi siete i parlamentari”. Io, ingenuamente, credevo che un
parlamentare dovesse quantomeno conoscere l’abc della propria
commissione… Invece il suo ruolo può allontanarsi molto dall’essere
foriero di idee innovative o frutto di studio personale. Il suo è un
banale ruolo di rappresentanza. Senza contare che, tra le miriadi di
collaboratori e tecnici di cui è attorniato, difficilmente egli usa il
suo ingegno anche solo per scrivere i discorsi che pronuncia in aula con
l’enfasi di un novello Cicerone davanti al suo Catilina redivivo.
Sarebbe auspicabile un minimo di equità e di decenza anche solo per
riequilibrare l’ingiusta differenza di trattamento con il mondo reale in
cui ormai sono richieste qualifiche anche per svolgere il mestiere più
instabile e peggio retribuito di tutti. Così trascorre la giornata di
un parlamentare italiano, tra un cornetto, un bombolone e una spremuta
pagate con la stessa tesserina con cui si è abilitati a votare in aula,
una tesserina magica che ti dà la sensazione di poterti concedere tutto
senza spendere un euro. Tutti presenti alle votazioni martedì mercoledì e
giovedì, ma non perché il lavoro è sacro, bensì perché l’assenza al
momento del voto comporta una detrazione consistente dello stipendio a
fine mese. Nelle commissioni e nei giorni non destinati alle votazioni
le presenze si riducono sensibilmente. E guai a farlo notare in aula, si
inferociscono.
Che dire poi del modo di procedere nei lavori diventato ormai prassi?
Continui decreti da convertire in legge in maniera sbrigativa, prima
della loro scadenza. Decreti omnibus, con migliaia di provvedimenti
diversi al loro interno, che non hanno le benché minime motivazioni di
“necessità e urgenza” ma che vengono infarciti a non finire con le
materie più diverse.
L’ultimo decreto esaminato prima della pausa estiva era sul lavoro ma
gli articoli finali “altre disposizioni in materia finanziaria” erano
inerenti al posticipo dell’aumento dell’Iva. Spesso e volentieri questi
decreti giungono blindati, cioè devono essere approvati così come sono,
non sono passibili di modifiche né, se le disposizioni del Governo sono
tali, i Largamente Intesi consentono che si venga meno a tali
disposizioni, impedendo di fatto al Parlamento di svolgere il ruolo che
la Costituzione gli assegna. Quando non viene posta la fiducia, i
decreti vengono ratificati, con la bocciatura costante del 99% degli
emendamenti presentati dall’opposizione. Spesso è la stessa
inconsistenza di tali decreti a renderli misure risibili, totalmente
inutili come ad esempio avvenuto nel Dl lavoro, in cui venivano
stanziati pochissimi fondi per incentivare le assunzioni di giovani con
requisiti praticamente impossibili da avere ai giorni nostri (tra i
quali, ad esempio, il possesso del solo diploma di scuola media).
Per concludere questo flusso di pensieri, voglio raccontare una scena
raccapricciante vissuta nel giorno della rielezione di Napolitano. La
gente si era riunita fuori dal Palazzo, aveva accerchiato completamente
Montecitorio. A stento la folla furiosa veniva trattenuta dietro le
transenne e si respirava davvero un’aria da guerra civile. Era
spaventoso. Dentro il Palazzo, nessuno sembrava preoccuparsene, le
ennesime votazioni procedevano lentamente e senza intoppi. Ormai
l’accordo era stato raggiunto. Che cosa comportava questo accordo? La
risposta alla domanda è stata tristemente rivelata nel momento
immediatamente successivo alla proclamazione del nome di Napolitano
dalla Presidente Boldrini. A seguito di un lungo applauso e di strette
di mano, di sorrisi compiaciuti e di manifestazioni di sollievo e
soddisfazione, l’allora Popolo delle Libertà si è profuso in un
commovente e disgustoso teatrino: intonazione di parte dell’inno di
Mameli con mano sul cuore e coro da stadio per Berlusconi: “Sil-vio”,
“Sil-vio”, “Sil-vio”. Il tutto all’interno della Camera dei Deputati e
in un momento solenne come quello dell’elezione del Presidente della
Repubblica. In quel momento, con i brividi sulla schiena e un gusto
amaro in bocca, ho iniziato ad unire i tasselli. La rielezione di
Napolitano era una vittoria di B., era merito suo.
E oggi a cinque mesi di distanza da quel giorno, da lui dipende la
tenuta del Governo e i giornali e le tv non parlano d’altro. Le Larghe
Intese sono state una sua vittoria, così come tutto ciò che ne è
seguito. Non esiste provvedimento né articolo di legge su cui lui e il
suo “popolo” non possano porre veti. Così il Parlamento è blindato, il
Paese sotto scacco di un solo uomo, legato a doppio filo alle sue
vicende giudiziarie. Come se non fossimo l’unico paese d’Europa in cui
ancora non è terminata la recessione, come se non ci fosse il timore di
una terza guerra mondiale alle porte a seguito delle vicende siriane.
Il MoVimento 5 Stelle c’è ed è vivo e vegeto, non solo in Parlamento
ma anche e soprattutto nelle piazze, sotto i gazebo, ai banchetti, sulla
rete. Gli attivisti sono la forza del MoVimento e per noi che stiamo
tutto il giorno nel Palazzo c’è un unico conforto: sapere che fuori c’è
un esercito sterminato pronto a difenderci. Nessun partito ha così tanti
attivisti, nessuno così informati e agguerriti. Sono i cittadini
ritornati consapevoli, i cittadini a cui nessuno potrà più sottrarre la
libertà di informarsi e opporsi.
Siamo alla resa dei conti, restiamo saldi e compatti. Abbiamo il dovere di riprenderci il Paese e insieme possiamo farcela.
A RIVEDER LE STELLE!!!